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VILLA DEL CASALE
La villa del Casale è una villa tardo-romana i cui resti sono situati nei pressi di Piazza Armerina (EN), in Sicilia. Dal 1997 fa parte dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. La scoperta della villa si deve a Gino Vinicio Gentili, che nel 1950 ne intraprese l’esplorazione in seguito alle segnalazioni degli abitanti del posto. Basandosi principalmente sullo stile dei mosaici, lo scopritore datò in un primo momento l’impianto della sontuosa abitazione – sorta su una più antica fattoria – non prima della metà del IV secolo. Successivamente lo stesso studioso assegnò la villa all'età tetrarchica (285-305).

Descrizione generale.
Tra i resti della villa si individuano quattro nuclei separati e di diverso orientamento, ma strettamente connessi tra loro: ingresso monumentale a tre arcate con cortile a ferro di cavallo (ambienti 1-2); corpo centrale della villa, organizzato intorno ad una corte a peristilio quadrangolare, dotata di giardino con vasca mistilinea al centro (ambienti 8-39); grande trichora preceduta da un peristilio ovoidale circondato a sua volta da un altro gruppo di vani (ambienti 47-55) complesso termale, con accesso dall’angolo nord-occidentale del peristilio quadrangolare (ambienti 40-46). Molte delle sale della residenza presentano il pavimento con mosaici figurati in tessere colorate. Le differenze stilistiche fra i mosaici dei diversi nuclei sono molto evidenti. Questo, tuttavia, non indica necessariamente un'esecuzione in tempi diversi, ma probabilmente maestranze differenti, che utilizzarono vari “album di modelli”.

Caratteristiche architettoniche.
Ognuno dei quattro nuclei della villa è disposto secondo un proprio asse direzionale. Tuttavia tutti gli assi convergono al centro della vasca del peristilio quadrangolare. Nonostante le apparenti asimmetrie planimetriche, la villa sarebbe dunque il frutto di un progetto organico ed unitario che, partendo dai modelli correnti nell’edilizia privata del tempo (villa a peristilio con aula absidata e sala tricora), vi introdusse una serie di variazioni in grado di conferire originalità e straordinaria monumentalità all’intero complesso. L'unità della costruzione è testimoniata anche dalla funzionalità dei percorsi interni e della suddivisione tra parti pubbliche e private. I tempi di costruzione, furono inizialmente valutati in un periodo di cinquanta - ottanta anni, e poi ridotti a circa cinque - dieci anni. Oggi si tende a credere ad una durata corta dei lavori.

Contesto storico.
Durante i primi due secoli dell’impero la Sicilia aveva attraversato una fase di depressione, dovuta al sistema di produzione del latifondo, basato sul lavoro degli schiavi: la vita urbana aveva subito un declino, la campagna era deserta e i ricchi proprietari non vi risiedevano, come la mancanza di resti abitativi di un certo livello sembrerebbe indicare. Inoltre, il governo romano trascurava il territorio, che divenne luogo d’esilio e rifugio di schiavi e briganti. La Sicilia rurale entrò in nuovo periodo di prosperità agli inizi del IV secolo, con gli insediamenti commerciali e i villaggi agricoli che sembrano raggiungere l’apice della loro espansione e della loro attività, Tracce di attività costruttive restano nelle località di Filosofiana, Sciacca, Punta Secca, Naxos ed altrove. Un evidente segnale di trasformazione è costituito dal nuovo titolo assegnato al governatore dell’isola, da corrector a consularis. Le motivazioni sembrano essere duplici: anzitutto la rinnovata importanza delle province di Africa proconsolare e di Tripolitania per i rifornimenti di grano verso l'Italia, mentre la produzione egiziana, che aveva fino ad allora sopperito alle necessità di Roma, venne convogliata a Costantinopoli, dal 330 nuova capitale imperiale. La Sicilia assunse di conseguenza un ruolo centrale sulle nuove rotte commerciali fra i due continenti. In secondo luogo i ceti più abbienti, di rango equestre e senatorio cominciarono ad abbandonare la vita urbana ritirandosi nei propri possedimenti in campagna, a causa della crescente pressione fiscale e delle spese che erano obbligati a sostenere per il mantenimento degli apparati pubblici cittadini. In tal modo inoltre i proprietari si occupavano personalmente delle proprie terre, coltivate non più da schiavi, ma da coloni. Considerevoli somme di denaro furono spese per ingrandire, abbellire e rendere più comode le residenze extraurbane, o ville. Tra queste si possono citare oltre alla villa del Casale, la villa del Tellaro.

Identificazione del proprietario della villa.
L'identificazione del proprietario è stata a lungo discussa e molte diverse ipotesi sono state formulate. Secondo una prima ipotesi il proprietario della villa sarebbe stato addirittura il tetrarca Massimiano (285-305), ritiratosi qui dopo la sua abdicazione. Gli studi storici successivi hanno tuttavia dimostrato che Massimiano trascorse in Campania, e non in Sicilia, i suoi ultimi anni. Più di recente il proprietario della villa era stato identificato con Massenzio, figlio di Massimiano (305-312). In realtà, nulla ci obbliga a vedere nella villa di Piazza Armerina una residenza imperiale. Negli ultimi anni, del resto, gli scavi hanno dimostrato che il possesso di dimore sontuose e con marcato carattere di rappresentanza era un fenomeno molto diffuso e nient’affatto eccezionale nell'alta aristocrazia romana. Inoltre la lettura delle tematiche dei mosaici li inserisce nel quadro della società aristocratica romana degli inizi del IV secolo, pagana, legata alla tradizione senatoria, e avversa alla politica di Costantino. L'ipotesi attualmente più accreditata identifica il proprietario con una prestigiosa figura dell'età costantiniana, Lucio Aradio Valerio Proculo Populonio, governatore della Sicilia tra il 327 e il 331 e console nel 340. I giochi che aveva organizzato a Roma nel 320, mentre rivestiva la carica di pretore, furono così fastosi che la loro fama durò per lungo tempo, e forse le raffigurazioni su alcuni mosaici della villa (la "Grande Caccia" nel corridoio 25 e i "Giochi del circo" nella palestra delle terme) intendono richiamare questo evento. Altre ipotesi di identificazione che sono state avanzate riguardano: Gaio Ceionio Rufo Volusiano prefetto urbano e console sotto Massenzio e Costantino (306-337), che aveva grandi proprietà in Africa dalla quale era originario. Suo figlio Albino, anche lui console e prefetto, che era uno scrittore polivalente (ha scritto trattati di logica, storia, metrica, musica, geometria), in un'epigrafe a noi pervenuta si definisce "philosophus"; un procurator imperiale, Ceiono Lampadio, figlio di Volusiano Lampadio, prefetto sotto Costanzo II (353-359); Memmio Vitrasio Orfito, prefetto urbano sotto Costanzo II (353-359), già governatore in Sicilia e incaricato del trasporto per nave degli animali provenienti dalle provincie africane e orientali (porti di Cartagine e di Alessandria d'Egitto). Secondo una notizia di Ammiano Marcellino gli si deve l'erezione nel Circo Massimo dell'attuale obelisco Lateranense, che sembrerebbe raffigurato nei mosaici della palestra della villa; Claudio Mamertino, famoso retore vissuto al tempo dell'imperatore Giuliano (361-363); Virio Nicomaco Flaviano il giovane, un aristocratico romano vissuto tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, che secondo una notizia aveva emendato gli Annales di Tito Livio mentre soggiornava in una località siciliana non distante da Enna.
(Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License. Esso utilizza materiale tratto dalla voce di Wikipedia: "Villa del Casale". )
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